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domenica 24 marzo 2013

La tendinite al ginocchio

Tendinite al ginocchio
La tendinite è un processo infiammatorio che coinvolge uno o più dei 267 tendini presenti nel corpo umano.
Esistono tre diversi tipi di tendinite al ginocchio: la tendinite del tendine rotuleo o patellare, la tendinite del muscolo quadricipite e la tendinite del popliteo.
Tendinite al ginocchioNella maggioranza dei casi il dolore al ginocchio è causato da un processo lesivo del tendine rotuleo, da cui deriva il nome di tendinopatia rotulea. Dal punto di vista anatomico questo tendine assomiglia ad un robustissimo nastro appiattito che collega la parte inferiore della rotula (distale) con la parte prossimale della tibia.
Proprio perché collega tra loro due ossa e non un muscolo con un osso viene spesso indicato come legamento patellare o rotuleo.
Questo tipo di tendinite al ginocchio, conosciuta anche come "ginocchio del saltatore" insorge generalmente a causa di un sovraccarico cronico del tendine rotuleo. I saltatori sono più soggetti a questo tipo di lesione, comune anche tra gli autotrasportatori e tra le persone che compiono regolarmente lunghi tragitti automobilistici.
Nello sport il tendine rotuleo è particolarmente sollecitato durante attività esplosive come balzi e scatti. Questo nastro fibroso agisce infatti come potente stabilizzatore della patella (o rotula) durante i movimenti estensori del ginocchio. Insieme alla componente muscolare e tendinea del quadricipite, di cui rappresenta il naturale proseguimento, il tendine rotuleo è parte integrante dell'apparato estensore del ginocchio.
Per tutti questi motivi la tendinite al ginocchio è frequente in sport come la pallavolo, il basket, il calcio e l'atletica.

Anche il tendine del muscolo quadricipite, che si inserisce nella parte superiore (prossimale) della rotula, può andare incontro a tendinite ed a lesioni. Questo tendine è tuttavia particolarmente robusto e si lesiona raramente. Le discipline sportive che prevedono forti accelerazioni degli arti inferiori seguite da brusche frenate sono più soggette a questo tipo di tendinite.

La tendinite poplitea è poco frequente e colpisce l'inserzione del tendine popliteo sull'epicondilo laterale del femore. Questa lesione è comune nei podisti e nelle persone costrette a camminare in discesa con sovraccarico (ad esempio uno zaino). Il dolore, che compare generalmente sotto carico con il ginocchio leggermente flesso (15-30°), è localizzato nella parte esterna del ginocchio (condilo femorale laterale).

NOTE: raramente le lesioni tendineee del ginocchio sono dovute ad un eccessivo sovraccarico o ad un incidente. Un tendine sano è infatti estremamente resistente e si rompe con difficoltà. I soggetti anziani sono più sensibili a questo tipo di lesioni, dato che i tendini con il passare degli anni ed il disuso perdono buona parte dell'elasticità e della resistenza originale.
Il tendine rotuleo può andare incontro a processi degenerativi anche a causa di difetti articolari, come un conflitto in flessione tra la superficie distale della rotula e lo stesso tendine, un eccessivo valgismo del ginocchio o una dismetria tra gli arti inferiori.
La tendinite può colpire il tendine rotuleo anche a livello della sua inserzione nella tibia: si parla in questo caso di malattia di Ogod-Schlatter. Questa patologia è comune negli adolescenti che hanno subìto un accrescimento rapido.
Nei soggetti in fase di crescita è comune anche la malattia di Sinding-Larsen-Johansson che colpisce l'inserzione tendinea nel polo inferiore della rotula.

Sintomi

Dolore superficiale ben localizzato nella parte bassa (tendinite del rotuleo) o alta (tendinite del quadricipite) della patella e che si accentua sotto sforzo, in particolar modo durante i salti e quando ci si inginocchia. Se la patologia non viene curata il dolore è ingravescente nel tempo: dapprima compare solo durante il riscaldamento, successivamente interferisce con la normale attività fisica ed infine compare anche a riposo.
Il dolore è evocato dalla palpazione di questa zona e talvolta è associato a gonfiore, calore e arrossamento locale.
In caso di lesione completa del tendine del muscolo quadricipite l'infortunato non può estendere attivamente la gamba ed avverte un dolore intenso. Analogo discorso se si verifica una rottura del tendine rotuleo. Entrambe queste situazioni sono estremamente rare e colpiscono solitamente i sollevatori di peso durante la fase di spinta.

Diagnosi

L'esame più adatto per diagnosticare una tendinite al ginocchio è la risonanza magnetica associata a radiografia. In questo modo è possibile visualizzare sia l'entità e l'estensione della lesione tendinea, sia la presenza di eventuali alterazioni a carico della rotula.
Anche l'ecografia, se eseguita da un radiologo esperto, consente una diagnosi accurata, poco costosa e priva di effetti collaterali.

Trattamento, prevenzione e riabilitazione: curare la tendinite

L'atleta deve innanzitutto sospendere l'attività sportiva che ha generato la tendinite. La somministrazione di farmaci antidolorofici favorisce la riduzione del gonfiore ed attenua il dolore nella fase acuta della malattia. Nelle 24-48 ore successive al trauma, soprattutto in presenza di lesioni tendinee importanti, è utile l'applicazione locale di ghiaccio tre volte al giorno per dieci-venti minuti.
Contemporaneamente è consigliato lo stretching dei muscoli flessori della coscia (ischiocrurali). Successivamente, quando il dolore diminuisce, è bene iniziare il potenziamento dei muscoli della coscia e della gamba abbinandolo ad esercizi di allungamento:

Esercizi tendinite ginocchio


Contrazioni isometriche del quadricipite: seduti a terra, con la gamba infortunata distesa ed aderente al terreno, l'altra piegata. Spingere verso il terreno il ginocchio infortunato contraendo il quadricipite (muscolo anteriore della coscia). Mantenere per 10 secondi, rilassarsi e ripetere 3 volte

Estensioni dell'arto inferiore: seduti a terra, con la gamba infortunata distesa e aderente al terreno, l'altra piegata. Contrarre i muscoli del quadricipite per sollevare l'arto infortunato di 20 cm mantenendolo il ginocchio completamente esteso. Mantenere la posizione per 10 secondi, rilassarsi e ripetere 3 volte

Estensione completa della gamba: seduti sul bordo di una sedia appoggiandosi con le mani, ginocchia piegate a 90°. Lentamente raddrizzare soltanto il ginocchio colpito da tendinite estendendolo completamente. Mantenere per 5 secondi, ritornare lentamente nella posizione iniziale e ripetere 6 volte.

Estensione del ginocchio contro resistenza: in piedi, con le mani appoggiate alla sedia, a un tavolo o alla spalliera. Fissare l'estremità di un elastico al supporto (ad es. una gamba della sedia) e l'altra dietro il ginocchio da riabilitare. Fare un passo in dietro per mettere in tensione l'elastico. Tenendo l'altro arto teso flettere leggermente il ginocchio infortunato (30-45°), fermarsi e raddrizzare la gamba contraendo i muscoli della coscia. Ripetere 10 volte.

Mezzo squat: in piedi, mani lungo i fianchi, piedi alla larghezza della spalle con le punte ruotate verso l'esterno di 30°. Flettere entrambe le ginocchia di 45 grandi, spingere sui talloni contraendo i muscoli della coscia e tornare nella posizione di partenza. Ripetere 10 volte.

Step, su e giù: allena tutti i muscoli della coscia e i glutei. Salire su un gradino di 5 cm utilizzando l'arto infortunato, poi scendere lentamente fino ad appoggiare il tallone (non le dita) dell'altro piede. Sollevarsi verso l'alto facendo forza sul tallone dell'arto dolente e ripetere. Durante la flessione Il ginocchio infortunato non deve mai superare la proiezione verticale della punta del piede. L'altezza del gradino andrà aumentata progressivamente seduta dopo seduta (10-15-20 cm) .

N.B: prima di eseguire questi esercizi per prevenire la tendinite al ginocchio chiedete un parere al vostro medico. Aggiungere esercizi di stretching per il quadricipite e per i muscoli posteriori della coscia.
Gli esercizi di allungamento degli arti inferiori, se eseguiti all'inizio e al termine degli allenamenti, sono utili anche per prevenire la tendinite. Ulteriori misure preventive comprendono:
correzzione di eventuali squilibri muscolari o articolari
potenziamento anche della muscolatura non direttamente coinvolta nel gesto atletico
esecuzione di un programma di allenamento razionale, adatto alle proprie caratteristiche fisiche e che preveda i giusti tempi di recupero.
Per prevenire la tendinete al ginocchio è inoltre importante:
non esagerare con le attività sportive alternative alla principale, soprattutto se poco correlate al gesto atletico
indossare scarpe comode ed evitare terreni eccessivamente rigidi, morbidi o sconnessi
imparare ad ascoltare i segnali che il corpo invia: in particolare è bene non ignorare dolore e rigidezza locale anche se lieve e momentanea
evitare iniezioni locali di corticosteroidi in quanto aumentano il rischio di rottura del tendine rotuleo
Per favorire la guarigione dalla tendinite del ginocchio il medico può prescrivere terapie accessorie come ionoforesi, tens laserterapia ed ultrasuoni.
Normalmente una tendinite al ginocchio si risolve nel giro di qualche settimana. Il ricorso all'intervento chirurgico è piuttosto raro e limitato ai casi in cui la tendinite cronicizza senza rispondere adeguatamente al trattamento riabilitativo. L'intervento chirurgico prevede l'incisione di una specifica zona del tendine che ne stimolerà la rigenerazione spontanea. L'operazione, oggi eseguibile in artroscopia potrà inoltre correggere eventuali anomalie dell'apice inferiore della rotula.
In caso di rottura completa l'intervento chirurgico di suturazione è d'obbligo.

Fonte dell'articolo:


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martedì 27 novembre 2012

Caviglia, propriocettività e riabilitazione


RIABILITAZIONE PROPRIOCETTIVA DELLA CAVIGLIA


TAVOLETTE TIPO FREEMAN



 Dopo un trauma distorsivo della caviglia spesso, dopo la guarigione clinica, si trascura tutta la fase di “guarigione sportiva”, ossia quella fase in cui l’atleta riacquista la capacità di eseguire nuovamente i gesti tecnici dello sport praticato, e spesso questo comportamento è causa di recidive del trauma o di ridotta efficienza funzionale.
Nella rieducazione della caviglia dell’atleta dopo un infortunio, una fase molto importante è senza dubbio quella di stimolazione “propriocettiva” della struttura che ha subito il trauma.
I recettori propriocettivi sono recettori nervosi estremamente specializzati e sono presenti in numero elevato nelle strutture articolari, soprattutto su legamenti e capsula.
Il loro compito è quello di inviare continuamente informazioni sullo stato di stiramento di tali tessuti per permettere al nostro sistema nervoso di reagire in modo adeguato ed estremamente rapido con contrazioni della muscolatura, idonee a stabilizzare l’articolazione e quindi conservare i rapporti articolari stessi, anche in situazioni dinamiche particolarmente stressanti per la caviglia. Tali recettori forniscono anche informazioni al cervelletto, insieme ai recettori visivi, vestibolari e uditivi, necessarie per il mantenimento dell’equilibrio nello spazio.
Nel piede i propriocettori si situano in particolare sulla capsula e sui legamenti dell’articolazione tibiotarsica, sottoastragalica e metatarso-falangee del primo dito: zone “fondamentali” per una dinamica ottimale in stazione eretta.
In seguito ad un trauma , la lesione di alcune fibre capsulari e tendinee, l’insorgenza di edema delle strutture e gli stimoli dolorosi alterano il sistema di feed-back “stimolo propriocettivo-risposta neuromuscolare”, aumentando i rischi di recidive a carico dell’articolazione colpita.
Diventa fondamentale per il riabilitatore, recuperare nel minor tempo possibile le capacità propriocettive e stimolarle per restituire all’articolazione traumatizzata la piena efficienza e funzionalità.
La rieducazione neuromuscolare della caviglia e del piede generalmente passa attraverso fasi diverse, nelle quali gli stimoli proposti all’atleta subiranno un incremento per quantità e qualità; sarà inoltre importante variare il più possibile gli stimoli stessi cambiando i parametri del movimento (asse, “range” e velocità).
Per la rieducazione propriocettiva si utilizzano solitamente piani instabili, quali le tavolette Freeman, ma molto altro è possibile fare sfruttando l’uso di semplici attrezzi, stimoli manuali indotti dal terapista e il carico del paziente stesso sia in acqua che in palestra.
Di seguito viene proposta una metodica di rieducazione propriocettiva neuromuscolare utilizzando, con gli esercizi tradizionali, anche nuove tecniche di sicuro interesse terapeutico.
FASE INIZIALE
La rieducazione propriocettiva deve essere iniziata precocemente, anche quando ancora al paziente non è concesso il carico sull’arto traumatizzato. In questa fase gli esercizi sono eseguiti da seduto, ad arto quasi completamente “scarico”.
    Esercizio 1 - Appoggiando il piede leso su una tavoletta tipo Freeman a mezzelune (con un solo asse di movimento), si esegue il movimento di flesso-estensione (mezzelune ad orientamento longitudinale) della caviglia, mantenendo un range angolare in cui non sia presente dolore. Il movimento è lento, graduale e controllato per tutto l’arco di esecuzione. Si effettuano 10-20 ripetizioni.
L’esercizio si ripete variando l’asse di movimento (orientare le mezzelune della tavoletta trasversalmente, con obliquità a destra e poi a sinistra. Si introducono così i movimenti di prono-supinazione e inversione-eversione per poi passare all’uso della tavoletta a base semisferica che permette movimenti combinati (circonduzione).
Le esercitazioni vengono effettuate dall’atleta anche ad occhi chiusi, per esaltare le qualità propriocettive non più coadiuvate dall’apporto visivo.
    Esercizio 2 -  Esistono diverse apparecchiature (ad esempio il DELOS POSTURAL SYSTEM â o il PRO KINâ) che, quando l’atleta si esercita sulla pedana, forniscono il feed-back visivo tramite il software dedicato che permette di disegnare sullo schermo dei tracciati o seguire dei percorsi prestabiliti, muovendo la pedana con il piede, verificando in tempo reale la precisione o gli errori che si commettono. E’ anche possibile, tramite celle di carico che misurano la forza applicata sulla tavoletta, eseguire gli esercizi aggiungendo anche il parametro “controllo del peso applicato”.
Anche in questo caso vengono proposti esercizi a occhi chiusi nei quali l’atleta può giocare con il computer, cercando di ripetere i tracciati visualizzati e poi verificarne l’esattezza al termine dell’esercizio.
    Esercizio 3 - In questa fase può diventare importante l’uso della terapia manuale (controresistenze modello Kabat), nella quale il terapista stesso può percepire la qualità della risposta neuromuscolare dell’atleta, variando sempre gli schemi di movimento proposti.
FASE INTERMEDIA A CARICO LIMITATO
In questa fase gli esercizi (1 e 2) proposti in precedenza, vengono eseguiti dall’atleta in piedi, con il piede sano poggiato al suolo e quello infortunato sulla tavoletta. Il carico sul piede traumatizzato viene aumentato progressivamente sempre comunque in un range di assenza di dolore.
Si inizia il lavoro in acqua dove grazie alla spinta idrodinamica, è possibile anticipare gli esercizi in ortostatismo a pieno carico. A tal proposito ecco alcuni esercizi da eseguire in acqua.
    Esercizio 4 - Inizialmente semplici affondi e/o piegamenti e distensioni sugli arti inferiori, a occhi chiusi, dove le piccole instabilità che si generano durante l’esecuzione (proprio a causa dell’assenza della visione) sono in grado di stimolare la risposta dei propriocettori.
    Esercizio 5 - Si effettuano gli esercizi 1-2 sulle tavolette di Freeman (costruite in alluminio per l’uso in acqua) visti prima, in carico stavolta bipodalico e con gli occhi prima aperti e poi chiusi.
FASE FINALE
A questo punto vengono proposti esercizi con carico sugli arti inferiori sempre maggiore e introdotti esercizi dinamici, dove oltre ai movimenti attivi e precisi eseguiti in precedenza, viene chiesto all’atleta di mantenere l’equilibrio in situazioni di sempre maggiore “instabilità”.
Si ripetono gli esercizi sulle tavolette sia in appoggio bipodalico che monopodalico, eseguendo, oltre ai movimenti attivi della caviglia, anche dei piegamenti sugli arti inferiori, cercando in questo caso di mantenere orizzontale la tavoletta stessa durante il piegamento. Le tavolette utilizzate hanno una superficie d’appoggio sempre minore e quindi aumenta l’instabilità e quindi la difficoltà dell’esercizio che, se eseguito ad occhi chiusi raggiunge livelli di impegno molto elevati.
    Esercizio 6 - L’atleta in appoggio monopodalico su una tavoletta, deve mantenere la posizione ad occhi chiusi, mentre il terapista imprime piccole spinte destabilizzanti sull’atleta, da diverse direzioni; l’esercizio si ripete a vari gradi di piegamento degli arti inferiori.
    Esercizio 7 - L’atleta in appoggio monopodalico su una tavoletta semisferica, mantiene l’equilibrio a gradi diversi di piegamento del ginocchio, quindi esegue esercizi con l’arto superiore (ad esempio lanciare una palla contro il muro e riprenderla). Oltre all’effetto destabilizzante, si distoglie in tal modo l’attenzione dall’arto infortunato automatizzando le risposte neuromuscolari.
    Esercizio 8 - L’atleta esegue alcuni balzi prima con atterraggio su due piedi e poi su un piede solo, sul tappeto elastico e sulle tavolette; il balzo viene eseguito da varie direzioni in avanti, in direzione obliqua, di lato e così via. Per ultimo vengono effettuati dei percorsi composti da tavolette diverse e tappeti elastici, nei quali l’atleta balza da una superficie all’altra.
GRADUALITÀ E VARIABILITÀ
Gli esercizi illustrati sono solo una parte di quelli possibili, ma spiegano bene quale deve essere la filosofia del lavoro di riabilitazione propriocettiva, che vede nella gradualità e nella variazione degli stimoli il suo punto di forza.
Gli atleti necessitano di questo tipo di esercitazioni non solo per recuperare da un trauma, ma anche come prevenzione degli eventi distorsivi molto frequenti in sport come la pallavolo, il calcio, il basket: i risultati ottenuti incoraggiano a proseguire questo tipo di lavoro preventivo. 

VIDEO
Esempi di esercizi propriocettivi di caviglia da eseguire come prevenzione di un evento distorsivo o in esiti di trauma distorsivo del dott.Anibaldi Ranco Giacomo

mercoledì 22 febbraio 2012

Miglioriamo il recupero

Un atleta non dovrebbe essere valutato monodimensionalmente, in base alla sola prestazione. Questa visione è troppo statica e non consente di prevederne l'evoluzione. È abbastanza logico inserire in una visione multidimensionale parametri come:
1) il rapporto peso/altezza
2) l'allenamento svolto per arrivare alla prestazione considerata
3) la tenuta della "carrozzeria", cioè la presenza e/o la predisposizione di infortuni.
4) i dati clinici, in particolare quelli ematologici.

Molto gettonati, ma scientificamente di minore importanza:
5) l'età del soggetto
6) la sua storia atletica.

Sicuramente un parametro molto sottostimato è la capacità di recupero dell'atleta. È incredibile come si dia per scontato che le capacità di recupero del soggetto siano più o meno le stesse per tutti gli individui.

Che cos'è il recupero?
Il recupero può essere definito come il tempo necessario per riparare i danni causati dalla corsa; per i dettagli si rimanda all'articolo Il recupero.

1) Ogni atleta ha una massima capacità di recupero.
È un concetto banale, ma la capacità di recupero non può essere ampliata all'infinito.
2) La capacità di recupero deve essere allenata.
Un concetto che dovrebbe essere abbastanza chiaro, visto che si tratta di una caratteristica fisiologica. In altri termini il nostro corpo deve essere allenato a riparare sempre più in fretta i danni che possono essere causati dall'attività fisica.

Recupero e sovrallenamento
Troppo spesso una scarsa capacità di recupero porta a concludere affrettatamente che il giocatore è sovrallenato. In realtà il sovrallenamento è un fenomeno clinico molto chiaro, mentre la fatica da mancato recupero è un fenomeno decisamente transitorio e non preoccupante: bastano pochi giorni di riposo perché tutto torni normale. Ovviamente se il giocatore non ha presente questa situazione e continua a correre in maniera qualitativamente o quantitativamente superiore a quanto gli permetta la sua capacità di recupero correrà sempre da stanco e sembrerà sovrallenato: dolori muscolari, stanchezza, prestazioni mediocri ecc.ecc.

Come si allena il recupero?
È ovvio che un atleta in piena attività che si allena bene da mesi ha una capacità di recupero ormai consolidata. Un principiante o un atleta che rientra dopo un infortunio hanno spesso una capacità di recupero decisamente scadente ed è quindi il caso di migliorarla. Sperare che migliori da sé con l'allenamento non è la strategia migliore. Infatti ciò porta ad allungare decisamente i tempi di andata a regime perché si tende semplicemente a usare il riposo come mezzo di riparazione. La capacità di recupero andrebbe invece allenata con un piano scientifico inserito nel più generale programma di allenamento. Alla base di tale piano devono esserci le risposte alle cause che limitano il recupero:
- Numero di sedute settimanali commisurato alle proprie capacità.
- Limitazione delle sedute di qualità. Non dare ogni volta il massimo, ma inserire la o le sedute di qualità in un programma che preveda anche allenamenti di mantenimento.
- Limitazione del sovrappeso e corretta gestione dell'alimentazione. Ogni sportivo dovrebbe sapere cosa e quanto mangiare.
- Allenamento della mente. Ovviamente le capacità di recupero dei giocatori sono anche legate alla psicologia del soggetto. Chi in allenamento è solito risparmiarsi molto avrà apparenti ottime capacità di recupero, salvo poi avere periodi difficili le uniche volte che si impegnerà al massimo. Viceversa chi ha una grande determinazione potrà palesare grandi doti di recupero, salvo poi crollare quando il cumulo di fatica diventerà insostenibile. Nel valutare il recupero occorre pertanto non barare, né in un verso né nell'altro. Allenamenti mirati al recupero sono quelli che, salvaguardando i limiti di qualità e di intensità e vengono svolti in condizioni di mancato recupero.

Copyright by THEA 2004
http://www.albanesi.it/Arearossa/Articoli/04recupero42.htm

venerdì 21 ottobre 2011

La pubalgia

La pubalgia è una mioentesite che colpisce i punti di inserzione sull'osso pubico di diversi muscoli: adduttori, pettineo, piramidale, retti addominali, obliqui addominali, trasversi addominali.
Cause:
Viene provocata generalmente da un carico eccessivo nel corso dell'attività sportiva.
Generalizzando il termine, l'infortunio non riguarda solo patologie tendinee, muscolari, ossee o articolari, ma anche patologie infettive, tumorali, borsiti, intrappolamenti nevosi ecc.
Per chi pratica la corsa, secondo la teoria più conosciuta, la pubalgia viene spesso provocata dal sovraccarico nei punti di inserzione degli adduttori, dovuto a:
a) attività su fondo irregolare
b) scarpe inadeguate
c) scarso equilibrio fra la muscolatura degli arti inferiori e quella addominale (condizione possibile in chi corre)
d) infortuni precedenti non ben recuperati
e) incremento quantitativo (o qualitativo) troppo rapido dei carichi d'allenamento.
In pratica la nostra statistica rileva che la pubalgia è un infortunio piuttosto raro al di fuori dei seguenti casi:
1- abbinamento corsa-calcio/Calcio a 5 (soprattutto calcio a 5; incidenza: 45% dei casi di pubalgia)
2- sovrappeso in relazione alla distanza abitualmente percorsa (l'atleta non rispetta la distanza massima consigliata dal suo rapporto peso/altezza; incidenza: 30% dei casi di pubalgia)
3- allenamenti collinari frequenti con ritmi eccessivi in discesa (incidenza: 15% dei casi di pubalgia).

Sintomi e cura
Il dolore colpisce la zona dell'inguine per estendersi alle zone circostanti e può portare all'interruzione dell'allenamento o della gara. Riscontrata la patologia è necessario un periodo di stop di 20 giorni che serve (oltre a identificare specificatamente la causa del problema e predisporsi a eliminarla alla ripresa) a risolvere i casi meno gravi e a evitare il degenerare della patologia verso quadri dove si rischia di avere problemi anche a camminare. Se il problema persiste dopo il periodo di stop, l'ortopedico con l'esame obbiettivo riscontra un forte dolore a livello inguinale alla pressopalpazione. Anche alcuni movimenti specifici degli adduttori provocano dolore. Il medico deve tenere conto del fatto che altre patologie possono presentare sintomi simili a quelli della pubalgia (ernie inguinali, patologie urologiche o ginecologiche, intrappolamenti nervosi) ed eventualmente valutare la possibilità di esami non ortopedici (erniografia, test della lidocaina ecc.). La radiografia (scintigrafia, risonanza o Tac) consente di individuare eventuali lesioni a livello dell'osso pubico, mentre l'ecografia rileva problemi alle strutture miotendinee.
In genere l'inefficacia del periodo di stop dà al medico le giuste indicazioni per comporre il cocktail di terapie di aggressione della pubalgia. Si deve precisare che la terapia conservativa è quella che dà i migliori risultati (stretching, potenziamento muscolare ecc.), anche se non è facile trovare abili riabilitatori che sappiano indicare il programma di cinesiterapia corretto.
L'efficacia di terapie fisiche quali litotritore, correnti laser, ipertermia non è scientificamente né statisticamente provata. In casi particolari e generalmente più gravi si può ricorrere all'intervento chirurgico.

Albanesi.it

venerdì 19 agosto 2011

I crampi

Crampi: Informazioni,prevenzione e trattamento
"Un dolore improvviso, acuto, spesso lancinante al polpaccio,
nella parte posteriore della coscia o al piede".


Si presenta così il crampo, specialmente durante l’attività sportiva. Il dolore è persistente e non scompare nemmeno se ci si ferma: ecco questa “particolare” patologia si chiama appunto crampo. Si tratta di contrazioni involontarie, violente e inaspettate che generalmente si presentano durante uno sforzo, ma anche di notte, durante il sonno.

Le condizioni che creano l’insorgenza dei crampi sono molteplici:

  1. una scarsa circolazione sanguigna fa sì che si verifichino durante la notte, quando la temperatura del corpo si abbassa; anche le condizioni climatiche possono “contribuire” a questa situazione perché il freddo agisce sulla circolazione del sangue, rallentandola;
  2. quando si assume una posizione non naturale, la circolazione è ostacolata e possono insorgere contrazioni muscolari anomale;
  3. anche i farmaci, specialmente i diuretici possono contribuire alla comparsa dei crampi e questo fenomeno rientra negli effetti collaterali del farmaco assunto;
  4. l’eccessiva sudorazione provoca invece un’alterazione che fa contrarre il muscolo in modo anomalo.

Infine la situazione più comune: la fatica. Gli atleti e tutti coloro che praticano discipline sportive, durante i loro allenamenti, sono “soggetti” alla fatica e quando questa risulta esagerata rispetto al grado di allenamento personale (ciò riguarda soprattutto gli amatori), si creano alterazioni biochimiche e di conseguenza spasmi e contrazioni. I soggetti maggiormente a “rischio” di crampi improvvisi, sono quelli in soprappeso e le persone poco allenate che “improvvisano” programmi di allenamento senza andare per gradi e sottoponendosi a sforzi eccessivi. Ma vediamo nel dettaglio in cosa consistono i crampi e come affrontarli.

Cos’è un crampo?
Per “crampo” si intende uno spasmo involontario della muscolatura striata, che insorge in modo repentino e doloroso presentandosi come una fitta acuta.
In breve si può definire come una “contrazione involontaria della muscolatura volontaria”

Quali sono le cause dei crampi?
L’insorgenza dei crampi è dovuta più che ad una singola causa, a tutta una serie di fattori, alcuni dei quali non sono stati ancora chiariti. Sicuramente si può dire che queste contrazioni sono favorite dalla perdita di liquidi e sali minerali, fenomeno tipico durante la sudorazione, oppure a causa di problemi di circolazione. Generalmente soffrono più frequentemente di crampi coloro che praticano attività sportive particolarmente intense o in condizioni climatiche caldo-umide. Ma convivono con i crampi anche coloro che per problemi di circolazione, o per un respiro molto frequente (ventilazione inadeguata), determinando un impoverimento di ossigeno a livello dei tessuti.
La comparsa dei crampi è molto più frequente nei soggetti meno allenati o comunque meno predisposti a impegni muscolari molto intensi.

Quali rimedi per ridurre l’insorgenza dei crampi?
Se possibile praticare attività fisica in ambienti freschi e asciutti dove il normale processo fisiologico della sudorazione non è accelerato dal fattore clima. Abbinare alla pratica sportiva, ma anche alla vita di tutti i giorni, un adeguato reintegro di liquidi e Sali minerali, con cibi e bevande che contengano le giuste quantità di sodio, magnesio, calcio e potassio. Evitare di praticare attività fisica subito dopo aver mangiato. La digestione utilizza grandi quantitativi di sangue in circolo sottraendolo, nel momento dell’attività fisica, al tessuto muscolare.

Esiste una cura ad “hoc” per i crampi?
In soggetti sani non esistono cure contro i crampi che si manifestano generalmente con una certa regolarità in occasione di sforzi fisici prolungati. Il fatto che questo fenomeno tenda a ripetersi, indica che la causa non è da ricercare nello squilibrio chimico legato alla sudorazione perché in genere il fenomeno si verifica anche in condizioni climatiche normali. Non è utile assumere sali minerali in maniera esagerata, nella speranza di “evitare” il crampo, occorre piuttosto “modulare” il tipo di allenamento in base alla competizione che si vuole affrontare, perché, come detto sopra, questa patologia, colpisce in maggior misura, coloro che “vantano” uno scarso allenamento.

Cosa fare quando insorge il crampo? Come bisogna comportarsi?
È importante massaggiare subito la parte dolente, riscaldandola (non utilizzare il ghiaccio, molto indicato invece per le contratture).

Come alleviare il dolore e far rilassare il muscolo “colpito” dal crampo?
Dopo aver massaggiato la parte colpita, sarà sufficiente immergerla in acqua calda. Se il crampo ha colpito il piede occorrerà tirare con delicatezza l’alluce verso il corpo, piegando contemporaneamente il piede in avanti e indietro. Se invece è il polpaccio a soffrire, l’unico rimedio è mettersi in piedi e poggiare con tutto il peso del corpo sulla zona non “colpita”. Infine, se il crampo riguarda l’atteggiamento più corretto è quello di sdraiarsi massaggiando vigorosamente tutta la zona dolente. Gli specialisti consigliano anche l'applicazione locale di pomate antinfiammatorie.

Come riconoscere un crampo da una contrattura?
La diagnosi esatta viene fatta in base al dolore: nel caso di contrattura il soggetto a riposo non avverte dolore, al massimo un leggero fastidio, mentre nel caso di crampo, anche se si interrompe immediatamente l’attività sportiva che sta svolgendo, il dolore rimane molto forte ed è importante quindi provare a “stirare” il muscolo.

Ci sono dei cibi o delle bevande consigliate per curare la “patologia” crampi?
Sicuramente, eccole:

  • Verdure a foglia verde scura
  • banane
  • Latte
  • Formaggio
  • Yogurt
  • Pesce
  • Broccoli
  • Prodotti a base di sesamo
  • Uova
  • Fegato
http://www.benessere.com

lunedì 1 agosto 2011

La tendinite

I tendini sono robuste strutture fibrose, dal colorito madriperlaceo, che legano i muscoli alle ossa. Queste importanti strutture anatomiche funzionano pertanto come vere e proprie connessioni, in grado di trasformare in movimento la forza generata dalla contrazione muscolare.

Il termine patologie tendinee o tendinopatia raggruppa un insieme di malattie che interessano i tendini (tendiniti, tendinosi), la guaina sinoviale o peritenonio che li protegge (tenosinovite, paratenonite) o le strutture anatomiche adiacenti come le borse (borsiti).
Spesso tutte queste condizioni sono presenti contemporaneamente e per questo motivo in codesto articolo verranno trattate globalmente.
Come tutte le strutture anatomiche anche i tendini possono andare incontro, con il passare del tempo, a fenomeni degenerativi. Le patologie tendinee sono infatti piuttosto frequenti nonostante la natura abbia dotato i tendini di una grossa resistenza alle sollecitazioni esterne (si calcola che durante la corsa la tensione applicata al tendine di Achille raggiunga i 9000 N che corrispondono, grosso modo, ad una tonnellata).
Le lesioni solitamente si verificano nel punto di collegamento tra il tendine con il tessuto osseo e per questo motivo si parla spesso di "patologia inserzionale".

La tendinite è un processo infiammatorio che coinvolge uno o più dei 267 tendini presenti nel corpo umano. Tale infiammazione è comunemente causata dalla ripetizione cronica di microsollecitazioni che a lungo andare alterano la normale struttura delle fibrille.
Si parla in questo caso di patolgia tendinea da sovraffaticamento.
Quando un tendine è sollecitato oltre il limite di sopportazione fisiologica, le fibrille che lo compongono subiscono delle lesioni più o meno ampie. Tali lacerazioni vengono riparate spontaneamente ma le nuove cellule formeranno un tessuto più vascolarizzato, disorganizzato e per questo meno resistente dell'originale. Si parla in questo caso di degenerazione tendinea che avrà come risultato finale una diminuzione della dimensione delle cellule (ipotrofia).
Se a tale degenerazione è associata una risposta infiammatoria si parla di tendinite in caso contrario di tendinosi. I tendini che si logorano più frequentemente sono quelli delle ginocchia, dei gomiti e della spalla (cuffia dei rotatori).

Cause e fattori di rischio

Nella stragrande maggioranza dei casi (97%) le degenerazioni tendinee sono causate dalla ripetizione continua di microtraumi (sovraffaticamento). Solo raramente un tendine sano può subire una rottura acuta da sovraccarico. I tendini sani, se sottoposti a tensioni eccessive, sono infatti talmente resistenti da lacerare il muscolo o il segmento osseo a cui sono attaccati. Se invece il tendine è indebolito da continui microtraumi la sua resistenza diminuisce poco a poco rendendolo più suscettibile alle lesioni.
La tendinopatia insorge solitamente in seguito a:
Sovraccarico funzionale: aumento della frequenza e dell'intensità degli allenamenti, sovrallenamento, abbigliamento e calzature non adeguate,
corsa su terreni sconnessi o particolarmente duri, scivolosi o troppo soffici come la sabbia
errata esecuzione tecnica dell'esercizio, squilibrio tra forza muscolare e resistenza tendinea (frequente in chi assume steroidi anabolizzanti)
iniezioni locali di corticosteroidi, mancanza di riscaldamento globale e specifico,
ripresa precoce degli allenamenti dopo un infortunio, vizi posturali.

Più in generale le patologie tendinee insorgono a causa di un'attività fisica a cui non si è abituati. Per un atleta potrebbe trattarsi di un cambio radicale del programma di allenamento; per un sedentario di una nuova attività lavorativa o di uno sforzo fisico troppo impegnativo.
Talvolta le tendinopatie sono causate da patologie sistemiche come l'artrite reumatoide, la gotta, l'ipercolesterolemia o l'insufficienza renale.
Vi sono poi numerosi fattori congeniti che predispongono il soggetto alla tendinopatia come: dismetrie tra gli arti, difetti di assialità (anomalie nelle curve fisiologiche del rachide, valgismo o varismo delle ginocchia, conflitti articolari ecc.).
La tendinopatia è favorita dal ridotto flusso di sangue al tendine. Una bassa vascolarizzazione diminuisce infatti l'apporto di ossigeno e nutrienti rallentando i processi riparativi e favorendo quelli degenerativi. In questi casi la risposta infiammatoria è ridotta o assente e la malattia tende a cronicizzare: si parla pertanto di tendinosi.
Questo quadro patologico interessa solitamente il tendine del muscolo sovraspinato proprio a 1-2 centimetri dalla sua inserzione sulla testa omerale, punto in cui la vascolarizzazione è molto ridotta. Analogo discorso per la tendinosi Acchilea che colpisce l'omonimo tendine nel punto più povero di capillari, localizzato a circa 2-5 centimetri dalla sua inserzione calcaneare.
Anche l'invecchiamento e le variazioni ormonali favoriscono l'instaurarsi della patologia tendinea. In particolare gli atleti più anziani che riprendono gli allenamenti dopo un lungo periodo di stop, sono maggiormente soggetti a lesioni tendinee complete.
Questo perché con il passare degli anni tendini e muscoli perdono elasticità diventando più sensibili agli eventi traumatici.

Sintomi di una tendinite

Il sintomo principale della tendinopatia è il dolore localizzato nella sede anatomica in cui si trova il tendine coinvolto dalla lesione. Tale dolore si accentua o compare esclusivamente durante la palpazione dell'area interessata o durante movimenti attivi e passivi che coinvolgono in maniera importante il tendine lesionato. Spesso si registra un deficit nella forza dei muscoli collegati ai tendini lesionati.
Una rottura completa o parziale del tendine causa un dolore acuto ed improvviso che insorge solitamente durante un movimento impegnativo. Gonfiore, ecchimosi e palpabilità della lesione sono proporzionali al numero di fibre lesionate.
Durante le attività sportive il dolore può essere percepito chiaramente all'inizio del riscaldamento per poi scomparire e ricomparire al termine della seduta.

Diagnosi

La risonanza magnetica, associata ad un'accurata anamnesi del paziente e ad un esame clinico approfondito, consente di diagnosticare correttamente le cause di dolore tendineo. In particolare questa importante tecnica permette una valutazione dettagliata sia dell'estensione sia dell'entità della lesione.
Anche gli ultrasuoni (ecografia) sono in grado di valutare correttamente le patologie tendinee e pur essendo meno precisi della risonanza magnetica vengono spesso impiegati perché meno costosi e particolarmente utili nel monitorare il processo di guarigione.

Curare la tendinite

Nella fase acuta della malattia è importante sospendere l'attività che ha generato il dolore tendineo. L'articolazione dolente va successivamente messa a riposo e fatta esaminare da uno specialista. Se la sintomatologia dolorosa è poco accentuata, è bene attendere qualche giorno prima di rivolgersi al medico, che andrà contattato solo se il dolore non regredirà spontaneamente. Nell'attesa è possibile intraprendere una terapia anitinfiammatoria a base di pomate, cerotti o compresse.
Se il dolore insorge improvvisamente ed è molto intenso, in attesa dei soccorsi, è bene applicare del ghiaccio sulla zona interessata, in modo da arrestare e controllare l'emorragia il più rapidamente possibile.
In base all'entità della lesione il medico potrà prescrivere farmaci antinfiammatori e un riposo più o meno lungo.
Al termine del periodo di immobilizzazione, gli esercizi di riabilitazione devono iniziare quanto più precocemente possibile e comunque entro due settimane dal trauma. I tendini infatti rispondono positivamente alle sollecitazioni esterne rinforzando le fibre appena rigenerate e orientandole lungo la direzione del movimento. Una mobilizzazione precoce è dunque un presupposto fondamentale per favorire il riacquisto della resistenza e della elasticità perduta, allontanando al tempo stesso il rischio di recidive.
Nella fase iniziale si possono eseguire esercizi isometrici a carico naturale (contrazione del muscolo senza movimento). Successivamente il programma riabilitativo della tendinite e delle patologie tendinee prosegue con l'introduzione di esercizi eccentrici associati a stretching. Entrambe queste tipologie di esercitazioni si sono infatti dimostrate particolarmente efficaci nel stimolare la guarigione. Si tratta in ogni caso di esercitazioni potenzialmente pericolose, che vanno pertanto svolte esclusivamente sotto la supervisione di personale qualificato. Al termine della seduta è consigliata l'applicazione di ghiaccio per 5-10 minuti, in modo da ridurre edema e dolore. Manipolazioni, agopuntura, tens, ultrasuoni ed altre terapie fisiche possono essere scelte dal medico per integrare il programma riabilitativo.
Il trattamento chirurgico è indicato per le lesioni complete o nel caso in cui i tendini non rispondano adeguatamente al trattamento riabilitativo. Nel primo caso si provvederà a ricucire i due capi il prima possibile, nel secondo a rimuovere il tessuto degenerato e a praticare un'incisione nel tendine per stimolanre il processo di rigenerazione spontanea. Le moderne tecniche chirurgiche intervengono, dove consentito, staccando un piccolo lembo di muscolo e ribaltando l'estremità mobile sul tendine lesionato. In questo modo si ottiene una guarigione più rapida, grazie allo stimolo esercitato dal tessuto muscolare sui processi di rigenerazione tendinea.

Prevenzione delle tendiniti
Concludiamo questo articolo elencando alcuni consigli
per prevenire tendiniti e tendinopatie:
Tanto più un muscolo è accorciato e ipertrofico, tanto maggiore sarà il rischio di lesione, per questo motivo è bene iniziare e terminare ogni attività sportiva con qualche
esercizio di stretching, anche il riscaldamento iniziale è molto importante per prevenire infortuni di qualsiasi genere, equipaggiamento idoneo,
particolare attenzione alle calzature,
sapersi ascoltare, concedere al proprio corpo i giusti periodi di recupero.
Il dolore può essere un campanello d'allarme, se compare è bene riposare o passare ad un'altra attività meno impegnativa, evitare di strafare, dopo un lungo periodo di inattività riprendere gradualmente la pratica sportiva, rispettare la corretta tecnica di esecuzione degli esercizi.

Mypersonaltrainer.it

lunedì 18 luglio 2011

Il trauma cranico

Le concussioni sono stati di temporanea alterazione dello stato di coscienza conseguenti ad un trauma cranico, che si manifesta con perdita di coscienza e/o con danno cognitivo: disturbi della memoria, disorientamento nello spazio e nel tempo, deficit dell’attenzione e/o delle capacità critiche, alterazioni dell’umore, con irritabilità o depressione, vertigini, insonnia, nausea, vomito o semplice cefalea.

Se il singolo trauma cranico, lieve o moderato, non è, di norma, gravato da conseguenze di rilievo e consente allo sportivo di rientrare in gioco senza rischi, il ripetersi di più eventi traumatici in un ristretto arco di tempo, in particolare nel corso dello stesso evento sportivo o di eventi consecutivi o comunque molto vicini nel tempo, può essere causa di conseguenze gravi.
Tale quadro, noto con il termine di “sindrome da secondo impatto” , è il risultato di una acuta e spesso fatale condizione di edema cerebrale (brain swelling) che si determina quando le strutture encefaliche vengono interessate da un secondo evento concussivo che si verifica prima del completo recupero da un precedente analogo evento e quindi prima che si possano ristabilire normali condizioni di compliance intracranica.

L’edema cerebrale sarebbe dovuto alla perdita delle capacità di autoregolazione del circolo cerebrale da alterazione del tono vasomotore con vasoparalisi, congestione vasale e conseguente ipertensione endocranica incontrollabile.

Tale catastrofica, per quanto infrequente, eventualità pone il problema dei criteri da seguire per stabilire tempi e modi della ripresa dell’attività sportiva in un atleta che sia andato incontro ad un evento traumatico con conseguente trauma cranico lieve o moderato.
La via da seguire al riguardo poggia su due cardini distinti ma complementari: la valutazione clinica e l’esame neuroradiologico.

Per quanto concerne l’esame clinico, l’Accademia Americana di Neurologia ha proposto uno schema pratico e di attuazione facile ed immediata per la valutazione della gravità dell’evento traumatico concussivo, distinguendo tre gradi di concussione in rapporto alla severità dei sintomi evidenziabili ed indicando, in rapporto alla gravità del quadro clinico, gli intervalli di tempo che l’atleta deve lasciar trascorrere prima di poter riprendere l’attività sportiva senza correre il rischio di incorrere nella sindrome del secondo impatto (e limitando inoltre il fenomeno del cosiddetto danno cerebrale cumulativo da microtraumatismo ripetuto).
Grado 1 (88.9%)
 Definizione:
confusione transitoria, senza perdita di coscienza, con durata inferiore a 15 minuti.
Gestione: L’atleta dovrebbe essere allontanato dall’attività sportiva, sottoposto ad un esame obiettivo neurologico subito ed a intervalli di 5 minuti e potrebbe riprendere l’attività sportiva anche nello stesso giorno solo se i sintomi si risolvono entro 15 minuti. Il verificarsi nello stesso giorno di un secondo episodio traumatico di grado 1 deve indurre ad allontanare l’atleta dall’attività agonistica per un periodo di asintomaticità di almeno una settimana.


Grado 2 (10.6%) 
Definizione:
confusione transitoria, senza perdita di coscienza, con durata superiore a 15 minuti.
Gestione: L’atleta deve essere allontanato dall’attività sportiva e sottoposto a ripetute valutazioni per monitorare l’eventuale evoluzione del quadro sintomatologico, con ulteriori approfondimenti diagnostici se i sintomi peggiorano o persistono per oltre una settimana. Il ritorno all’attività agonistica può avvenire dopo un periodo di completa asintomaticità non inferiore ad una settimana.
Il verificarsi di un episodio di grado 2 successivamente ad un episodio di grado 1 nella stessa giornata deve indurre ad allontanare l’atleta dall’attività agonistica per almeno due settimane di asintomaticità.


Grado 3 (0.4%)
 Definizione:
perdita di coscienza, sia essa breve (pochi secondi) o di durata prolungata (minuti o più estesa).
Gestione: L’atleta asintomatico deve essere tenuto al di fuori dell’attività agonistica per una settimana se la perdita di coscienza è stata breve, per due settimane se la durata del periodo di incoscienza è stata più lunga. Ovviamente la perdita di coscienza prolungata o la presenza, all’atto del primo esame clinico, di segni neurologici, comportano l’immediato ricovero in ambiente ospedaliero per i provvedimenti diagnostici e terapeutici del caso.
Ogni atleta che vada incontro ad un episodio di grado 3 deve essere allontanato dall’attività agonistica finché non trascorra un periodo di asintomaticità di almeno un mese. 

Nel caso di atleti in cui gli accertamenti neuroradiologici eventualmente eseguiti documentino alterazioni delle strutture encefaliche quali brain swelling, contusioni od altro, dovrebbe essere consigliata l’interruzione dell’attività sportiva per tutta la stagione e, nel caso di partecipazione a sport dove sia presente anche un minimo contatto fisico, deve essere presa in esame l’eventualità di scoraggiare l’atleta dal proseguire la sua partecipazione a tali sport. 

La presenza dei sintomi propri di concussione ed, in particolare, in caso di perdita di coscienza di varia durata, eventualmente anche associata a cefalea, nausea, vomito, dovranno inoltre, e comunque, indurre all’esecuzione di una TAC cranio di controllo. 

Merita di essere sottolineato che l’esame TAC non viene proposto, ovviamente, come metodica di valutazione di routine nello screening prognostico dello sportivo traumatizzato cranico. Infatti, la comparsa di sindromi da secondo impatto nel trauma cranico asintomatico e neurologicamente indenne è sostanzialmente impossibile, ed una simile evenienza, quando si verifica, sembra imputabile piuttosto ad una carente o superficiale valutazione clinica del caso, quando non alla tendenza, da parte dell’atleta che desideri tornare rapidamente all’attività sportiva, alla sottovalutazione o addirittura al misconoscimento dei sintomi presenti.
Peraltro, su 1000 pazienti con esame obiettivo neurologico negativo sottoposti a TAC, il 13% presenta alterazioni.

Traumi cerebrali lievi o moderati, ricorrenti, che si verifichino in un periodo di tempo lungo (mesi o anni), possono risultare in deficit cumulativi neurologici e cognitivi: tale fenomeno è denominato “punch drunk sindrome”.

La gestione del trauma cranico nello sportivo dovrà quindi prevedere una valutazione clinica attenta da demandare a personale medico preparato; gli sportivi spesso tendono a minimizzare il danno per tornare a giocare più rapidamente possibile; invece andrebbero sensibilizzati sulla necessità di considerare nel giusto peso la sintomatologia soggettiva eventualmente presente, per facilitare il raggiungimento della diagnosi corretta.
Sono stati approntati dei test neurocognitivi per la valutazione del quadro neurologico post-concussionale:


1. Reaction time: bisogna riconoscere un oggetto quando appare sullo schermo.
2. Cued reaction time: bisogna riconoscere un oggetto quando appare subito dopo una sua porzione


3. Visual recognition 1-2: bisogna riconoscere un oggetto appena apparso in mezzo ad altri in precedenza
4. Animal decoding: bisogna digitare dei numeri correlati a determinati animali, quando compaiono sullo schermo


5. Symbol scanning: bisogna stabilire se sono presenti determinati set di simboli, in mezzo ad altri non correlati.

1 e 2 consentono di valutare il cosiddetto indice di “velocità di reazione semplice”, single reaction time;

3 consente di calcolare il valore dell’indice di “velocità di reazione complessa”, complex reaction time;


4 e 5 consentono di valutare la “velocità di elaborazione” dei dati, processing speed.

In conclusione, i traumi cranici di grado 1 che si risolvono in pochi minuti e senza perdita di coscienza, possono essere solo osservati e non richiedono ricovero ed accertamenti diagnostici; i traumi cranici di grado 2 e 3, soprattutto se l’atleta deve riprendere l’attività agonistica nel giro di pochi giorni (1 o 2 settimane), devono essere indagati con la TAC encefalo e con i test neurocognitivi.
Compito del medico sportivo rimane sempre quello di consigliare l’utilizzo di protezioni per il capo, anche in quegli sport apparentemente esenti da particolari rischi, dove non sono ancora obbligatorie, poiché possono rivelarsi estremamente utili in caso di caduta.
Primo soccorso: Consigli ed informazioni
Per prima cosa, quando l'infortunato ha battuto il cranio, è necessario compiere un'indagine sull'accaduto per vedere se il paziente presenta amnesie, difficoltà nel parlare (afasia) o confusione mentale.
Controllare sempre se c'è asimmetria pupillare (una pupilla dilatata,l'altra ristretta), segno evidente di un danno al cervello.
Evitare sempre che il paziente si addormenti, nonostante possa presentare una forte sonnolenza, in queste circostanze, infatti, il sonno può degenerare in coma.

In attesa di una visita medica (da eseguire il prima possibile) è consigliabile apporre sulla parte traumatizzata una borsa di ghiaccio, per indurre una vasocostrizione.

In caso di emorragie da orecchio o naso, è bene porre l'infortunato in posizione di sicurezza per far defluire il sangue che non deve rimanere all'interno.
ATTENZIONE: fare attenzione in questo caso che l'infortunato non presenti fratture o lesioni alla colonna vertebrale, davanti a questo sospetto la posizione di sicurezza potrebbe nuocere.
In caso di fratture esposte e di fuoriuscita di materiale cerebrale è necessario coprire la parte con un telo sterile, il rischio di infezioni è elevato.
Se il paziente non è cosciente, in attesa dei soccorsi, controllare costantemente la presenza delle funzioni vitali.
Gravità:
Un trauma cranico, anche se appare lieve, richiede sempre accertamenti e controlli in ospedale. Anche quando l'infortunato appare normale è bene condurlo al pronto soccorso, le complicazioni possono a volte sorgere anche dopo alcune ore e persino giorni.
Se il trauma è forte e il paziente ha perso coscienza, presenta amnesie, afasia o confusione mentale, è bene chiamare i soccorsi immediatamente.

venerdì 15 luglio 2011

Lussazione della spalla

DEFINIZIONE:
La lussazione o slogatura è un evento traumatico che causa la perdita dei rapporti reciproci tra i capi articolari di un'articolazione. Lo slittamento a livello cartilagineo delle due estremità ossee è consentito dalla rottura, almeno parziale, della capsula e dei legamenti che stabilizzano l'articolazione. Talvolta a tali lesioni si associano quelle della cartilagine articolare, dei vasi, delle ossa, della cute (lussazione esposta) e dei nervi.
Le lussazioni si dividono in complete ed incomplete. Nel primo caso vi è una netta separazione tra le due superfici articolari, mentre nel secondo i capi ossei rimangono parzialmente in contatto tra di loro. In entrambi i casi è necessario un intervento esterno per riportare in sede le due superfici articolari fuoriuscite.

La spalla è una zona del corpo umano estremamente complicata perché formata dall'insieme di ben 5 articolazioni. Tra queste la principale viene chiamata scapolomerale o glenomerale poiché mette in comunicazione la testa dell'omero con la cavità glenoidea della scapola.

L'insieme di queste cinque articolazioni, azionate da numerosi gruppi muscolari (ventisei muscoli in tutto), fa della spalla "l'articolazione" più mobile del nostro organismo. Tutta questa mobilità permette l'esecuzione di movimenti molto complessi ma diminuisce la stabilità dell'intera regione. L'articolazione della spalla è comunque protetta da numerosissime strutture anatomiche stabilizzatrici capitanate dai muscoli e dai tendini che formano la cuffia dei rotatori.
In particolari situazioni, come una forte contusione, tale protezione non riesce ad impedire che la testa dell'omero fuoriesca dalla sua normale sede, senza ritornarci spontaneamente. Si parla in questi casi di lussazione della spalla o lussazione glenomerale.
Questa importante articolazione può essere colpita da due diverse tipologie di lussazioni. La più frequente (95% dei casi), soprattutto nelle persone giovani ed attive, è la lussanzione anteriore in cui l'omero viene deviato in avanti e in basso.
La lussazione posteriore è invece molto meno frequente ed un po' più complicata da trattare.

La lussazione della spalla può causare la rottura di numerose strutture anatomiche (legamenti, ossa, cute, cartilagine articolare, muscoli e capsula). In particolare circa il 90% delle lussazioni anteriori si accompagna al distacco del labbro glenoideo, una sorta di guarnizione che permette lo scivolamento dell'omero sull'omonima cavità della scapola.
Dopo la lesione questo labbro cartilagineo tende a riposizionarsi spontaneamente e a cicatrizzare ma talvolta assume una posizione viziata che ne diminuisce la funzionalità. Questa condizione, chiamata lesione di Bankart, è una tra le più comuni cause di lussazioni ricorrenti e per questo, specie nei soggetti più giovani, viene spesso trattata chirurgicamente.
La lussazione si può accompagnare anche alla rottura della testa dell'omero che viene spinta violentemente contro il margine anteriore della cavità glenoidea (lesione di Hill Sachs). Anche questa frattura aumenta il rischio di lussazioni ricorrenti ma è più frequente negli anziani rispetto ai giovani.

Cause di origine e fattori di rischio
La lussazione della spalla è una lesione piuttosto comune negli sport di contatto come l'hockey, il basket, il rugby, il baseball, lo sci e la lotta. Tale condizione si registra più frequentemente negli uomini rispetto alle donne (9:1) e nei giovani rispetto agli anziani.
I meccanismi lesivi sono diversi ma tutti riconducibili ad un forte evento traumatico che fa disclocare l'omero dalla sua sede naturale:
caduta in appoggio su braccio extraruotato (quando si cade si tende a ruotare il braccio verso l'esterno in modo da creare un solido punto di appoggio per proteggere il resto del corpo)
forte trauma su braccio intraruotato ed addotto (lussazione posteriore)
caduta sul versante laterale della spalla
brusco movimento del braccio sopra la testa(lancio del baseball)
violento strattonamento del braccio all'indietro e verso l'esterno da parte di un avversario
violenta collisione della spalla contro un ostacolo o un avversario
iperlassità congenita (naturale predisposizione all'instabilità) o acquisita (in seguito a precedente lussazione) insanabilità cronica della spalla dovuta a sovrallenamento (sovraccarico cronico dei muscoli stabilizzatori)

Sintomi
- Impossibilità di movimento
- Il braccio rimane penzolante, extraruotato e vicino al corpo (lesione anteriore)
- Dolore violento e fastidioso
- La spalla, alla palpazione, perde la caratteristica rotondità

Diagnosi
La diagnosi di lussazione spesso è piuttosto immediata, dato che il danno articolare è visibile ad occhio nudo o comunque palpabile. Tuttavia per avere un quadro clinico completo è bene sottoporsi, prima del riposizionamento, ad indagini diagnostiche come radiografie e risonanza magnetica. Tali esami sono in grado di evidenziare eventuali complicanze (fratture ossee, lesioni di vasi, nervi ecc.). L'esame radiografico andrà poi ripetuto dopo l'intervento di riposizionamento per verificare l'allineamento articolare. Nel caso si voglia evidenziare correttamente una lesione posteriore bisogna invece avvalersi di tecniche radiografiche speciali.

Trattamento e riabilitazione
Come tutte le slogature, anche la lussazione della spalla necessità di un intervento di riduzione (riposizionamento) tempestivo. Tale manovrà dev'essere eseguita esclusivamente da un medico, solitamente dopo un esame radiografico di accertamento. Spesso tale intervento viene svolto in anestesia locale per limitare il dolore.

Dopo aver riposizionato l'omero nella sua posizione fisiologica ed aver eseguito una seconda radiografia, il braccio viene immobilizzato tramite un tutore che lo manterrà aderente al corpo per almeno una o due settimane (solitamente in rotazione interna con l'avambraccio aderente al corpo anche se secondo alcuni recenti studi l'immobilizzazione in rotazione esterna, seppur scomoda, sarebbe più efficace).
Soprattutto nelle lesioni ricorrenti si consiglia di iniziare esercizi di mobilitazione precoce associati ad un successivo programma di potenziamento muscolare. Nei giovani atleti si tende invece a prolungare l'immobilità per favorire la completa guarigione delle strutture anatomiche lesionate. Anche in questi casi è comunque importante eseguire regolarmente esercizi di mobilizzazione precoce del polso, della mano e del gomito.
Statisticamente, le probabilità di lussazioni recidive alla spalla sono maggiori nei pazienti di età inferiore ai 30 anni (circa l'80% dei casi). Al di sopra di questa età le probabilità di una futura lussazione diminuiscono significativamente.
Anche per questo motivo il trattamento riabilitativo si differenzia in base all'età del soggetto, alla gravità della lussazione e alla recidività della patologia. E' infatti di FONDAMENTALE importanza evitare nuovi episodi lussativi dato che ad ogni nuova slogatura aumenta considerevolmente il rischio di danneggiare strutture anatomiche importanti. Per questo l'intervento chirurgico diviene quasi d'obbligo in caso di frequenti lussazioni.
Una lussazione trascurata può causare, con il passare del tempo, dei fenomeni degenerativi della cartilagine articolare o comunque compromettere seriamente la funzionalità della spalla (dolore, deficit di forza, alterazioni della sensibilità).
Per questo motivo e per per contrastare il pericolo di nuovi episodi lussativi nei giovani atleti si procede spesso con un riposizionamento in artroscopia del labbro glenoideo e dei legamenti articolari. I risultati dell'intervento sono solitamente molto buoni dato che circa il 95% dei pazienti riprende le normali attività sportive e quotidiane senza subire nuove lussazioni. L'efficacia di tale intervento è sovrapponibile a quella della tradizionale tecnica a cielo aperto che abbassa ulteriormente il rischio di recidive ma è piuttosto invasiva. I tempi di guarigione dopo intervento chirurgico sono mediamente compresi tra i 45 ed i 180 giorni mentre per il trattamento conservativo attività fisiche leggere possono essere intraprese già dopo 2-4 settimane dalla lesione.

venerdì 17 giugno 2011

I traumi della mano

I traumi delle dita della mano rappresentano una delle patologie acute più frequenti per un portiere. Tali traumi, denominati volgarmente "insaccate", sono specifici per il portiere, anche se possono capitare anche ai giocatori in campo durante scontri fortuiti.

Rispetto ad alcuni anni fa, l'incidenza dei traumi a livello delle dita della mano è in netto incremento.
Le cause principali sono da attribuirsi:
- Maggior velocità nel gioco
- Maggiore quantità di ore di allenamento e di gioco

La maggior velocità della palla è determinata dalla maggiore potenza fisica degli atleti rispetto ad alcuni anni fa.
I traumi a livello delle articolazioni delle dita possono causare sublussazioni, lussazioni e fratture. Le ultime due vanno trattate con un'adeguata immobilizzazione e, a volte, con terapia chirurgica. Per tale motivo è sempre consigliato, anche se il trauma è stato di lieve entità, un controllo medico.
Il miglior modo per ridurre le lesioni traumatiche alle dita, è l'utilizzo di una corretta tecnica,l'uso di guanti o speciale bendaggio in caso il portiere non utilizzi guanti (tipo quello usato nella pallavolo). Le articolazioni hanno un sistema capsulare e legamentoso che le protegge da movimenti abnormi, però, quando le forze in gioco sono elevate, i sistemi di contenzione vengono assistiti dall'apparato muscolare. Quando si esegue un intervento (parata) bisogna mantenere in massima tensione il polso e le dita in modo da garantire, alle articolari interfalangee un'adeguata assistenza muscolo legamentosa.
L'atleta dopo una sublussazione può riprendere l'attività adeguatamente protetto da un bendaggio funzionale.
Il ruolo del bendaggio funzionale è quello di evitare sovraccarichi dannosi a livello dei legamenti danneggiati dal trauma. Quindi svolge una duplice funzione:
- Ridurre i sovraccarichi durante la fase di rieducazione quando le strutture capsulo legamentose sono particolarmente deboli;
- Prevenire ulteriori recidive.

Nelle articolazioni che hanno infatti subito un trauma dislocativo, di solito residua una debolezza delle strutture di protezione che condiziona una predisposizione ad ulteriori recidi quindi, risulta molto importante la funzione preventiva assolta dal taping.
Come accennato qualche riga sopra è sempre utile dopo qualsiasi trauma alla mano/polso farsi vedere immediatamente da un medico specializzato per valutare l'entità del danno e studiare la miglior soluzione per la corretta guarigione, in casi semplici tramite bendaggio, in casi non gravi tramite l'utilizzo di alcune sedute di fisioterapia ed in casi più gravi tramite l'utilizzo della chirurgia.

mercoledì 15 giugno 2011

I traumi del ginocchio

Il ginocchio è un’articolazione complessa, sottoposta a forze che si esprimono contemporaneamente su più piani, sottoponendo le strutture ossee, capsulari, meniscali, legamentose e miotendinee a notevoli sollecitazioni; l’esecuzione scorretta del gesto atletico, un improvviso sovraccarico funzionale al ginocchio, un contrasto con piede fisso a terra possono produrre lesioni acute.

Tra le strutture maggiormente colpite da fatti acuti vi sono sicuramente i menischi. Per ogni ginocchio ve ne sono due, uno detto mediale l’altro laterale, di forma grossolanamente a ferro di cavallo adagiati sulla superficie tibiale dell’articolazione del ginocchio. Essi sono addossati e fusi con la capsula articolare, possiedono una discreta mobilità e deformabilità che consente loro di adattarsi ai mutamenti spaziali che si verificano durante i diversi movimenti articolari; la loro funzione è di stabilizzare il movimento di scivolamento e rotolamento dell’estremità femorale, grossolanamente sferica, su una superficie piatta quale è quella della tibia.

Rottura del menisco

Quando una od entrambe queste strutture, o per un movimento sbagliato o per uno sbilanciamento dell’atleta, rimangono " intrappolate" tra il femore e la tibia vengono contuse o lacerate.

Sintomi

Il quadro clinico solitamente è di vivo dolore, con impossibilità a poggiare a terra l’arto colpito; soventemente il ginocchio si gonfia rendendo il dolore più acuto.

Diagnosi e trattamento

La diagnosi di rottura meniscale nella gran parte dei casi indirizza all’intervento chirurgico, solitamente condotto in artroscopia; mediante tale intervento che prevede piccole incisioni si procede a seconda dei casi a riparazione meniscale o più frequentemente a sezione della parte lesa del menisco. I postumi sono generalmente poco rilevanti nel medio periodo ed il recupero assai rapido.

Rottura dei legamenti crociati

I legamenti crociati, anteriore e posteriore, alloggiati all’interno del ginocchio sono tesi tra il femore e la tibia incrociandosi l’un con l’altro; la funzione biomeccanica è di stabilizzare reciprocamente durante il movimento l’articolazione del ginocchio. Come per i menischi un’anomala energia impressa ai legamenti da movimenti abnormi può causarne una distensione tale da provocarne la rottura parziale o totale.

Sintomi

La sintomatologia è simile a quella della rottura meniscale; raramente vi è la rottura di entrambi i legamenti ed è da sottolineare che quello che più frequentemente si danneggia è l’anteriore. Il grado di lesione e d’instabilità guida la scelta terapeutica. Nelle lesioni complete l’unica soluzione è l’intervento di plastica legamentosa, ovvero della ricostruzione del legamento rotto utilizzando dei segmenti tendinei.

Lesioni dei legamenti mediale e collaterale

Oltre ai legamenti crociati esistono altri due legamenti assai importanti per la stabilità del ginocchio: Il legamento collaterale mediale e collaterale laterale. Essi decorrono ai lati del ginocchio ed il loro compito è di stabilizzare l’articolazione nei movimenti di traslazione laterale.

Tra i due il più frequentemente interessato da lesioni acute è il collaterale mediale che nella maggior parte dei casi subisce lesioni parziali che ben riparano con un’adeguata immobilizzazione. Altre volte invece la lesione è così profonda che l’unica soluzione è l’intervento chirurgico per riparare e ritendere il legamento rotto.

Distorsione 1° grado Distorsione 2° grado

Distorsione 3° grado e rottura del legamenti

Lesioni complesse del ginocchio

Nei casi più gravi le lesioni vengono definite complesse quando due o più strutture articolari vengono coinvolte (p.e. rottura meniscale e lesione legamentosa sia del crociato anteriore che del collaterale mediale); la soluzione chirurgica diviene indispensabile per restituire stabilità al ginocchio, ma è evidente che vi saranno evidenti postumi del trauma subito ed i tempi di recupero risulteranno assai lunghi.

Cura e trattamento

PRIMO SOCCORSO: se avete subito una distorsione al ginocchio, dovete immediatamente applicare il protocollo RICE:

Riposare il ginocchio ed immobilizzarlo

Ice: applicare del ghiaccio sull'articolazione per non più di 20-30 minuti

Comprimere il ginocchio con una fasciatura elastica

Elevare l'articolazione mettendola in scarico

In questo modo riuscirete a fermare il sanguinamento responsabile del gonfiore e del dolore locale. Ciascuna applicazione di giaccio durerà approssimativamente 15-20 minuti (non oltre) avendo cura di porre un tessuto sottile a protezione della cute. Ripetere l'applicazione ogni tre o quattro ore per due o tre giorni fino a quando il dolore non si riduce significativamente.

Dopo la visita il medico potrà prescrivere i classici farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) per alleviare ulteriormente il gonfiore e diminuire il dolore.

Il medico può decidere di effettuare un'artrocentesi, introducendo una piccola cannetta all'interno della cavità articolare ed aspirando il liquido in essa contenuto. L'aspirazione di sangue aiuta a ridurre il dolore e favorisce la diagnosi. Dopo l'artrocentesi un campione di liquido può essere inviato ad un laboratorio specializzato per escludere la presenza di un'infezione

Solitamente le distorsioni al ginocchio sono curate con un trattamento conservativo senza ricorrere all'intervento chirurgico che si rende necessario soltanto nel caso sia presente una forte instabilità articolare.

Il programma di riabilitazione standard prevede il rinforzo della muscolatura della regione anteriore della coscia (quadricipite). Il potenziamento di questi muscoli contribuirà a stabilizzare maggiormente l'articolazione riducendo il rischio di nuove distorsioni.

Due o tre giorni dopo la lesione è possibile applicare degli impacchi caldi per diminuire il dolore e la rigidezza locale. Altre terapie fisiche con possibile effetto benefico comprendono gli ultrasuoni, la ionoforesi, la laser e la tecarterapia.


Se il paziente ha subito una DISTORSIONE al ginocchio di TERZO GRADO (rottura completa dei legamenti) il trattamento dipende dal tipo specifico di lesione.

Distorsione del legamento crociato anteriore: una lesione completa difficilmente va in contro a guarigione spontanea a causa della netta separazione e dell'allontanamento dei due capi di lesione.

Il legamento lesionato può essere ricostruito chirurgicamente usando una parte del tendine rotuleo (2 volte più resistente del LCA) o prelevando tessuti dai tendini del muscolo gracile e semitendinoso (insieme sono 4 volte più resistenti del LCA). Non è necessario operare in urgenza dato che si ottengono migliori risultati quando la fase acuta è stata superata ed il paziente si è preparato fisicamente per prevenire l'ipotrofia muscolare postoperatoria. L'intervento è solitamente svolto in artroscopia.

L'approccio conservativo è indicato per le persone semisedentarie e anziane.

Distorsione del legamento crociato posteriore: il trattamento delle lesioni complete del crociato posteriore è piuttosto complicato. Fortunatamente questo tipo di incidente è abbastanza raro (5-10% di tutte le lesioni legamentose gravi del ginocchio). Se se si verifica una lacerazione isolata interna viene spesso tentato un trattamento conservativo, con particolare attenzione al rinforzo del muscolo quadricipite. In caso di avulsione ossea (distacco del piccolo segmento osseo in cui si inserisce il tendine), si procede con l'intervento di ancoraggio chirurgico a cielo aperto tramite vite o sutura. Se il trattamento conservativo fallisce ed è presente instabilità cronica va valutata l'ipotesi di intervento chirurgico di ricostruzione in artroscopia.

Distorsione del legamento collaterale mediale: solitamente viene scelto il trattamento conservativo caratterizzato da immobilizzazione iniziale con tutore, terapia fisica e riabilitazione. Il legamento collaterale mediale tende infatti a cicatrizzare spontaneamente. Durante il periodo di immobilizzazione, nei casi meno gravi, può essere concesso il carico. Talvolta (lesioni di 3° grado) viene scelto l'intervento chirurgico di suturazione o di rinforzo.

Distorsione associata di LCA e LCM: richiede l'intervento chirurgico di ricostruzione del crociato e riparazione del collaterale mediale. In una prima fase verrà effettuato un trattamento conservativo con un programma di riabilitazione funzionale per il LCM; successivamente si passerà all'intervento di ricostruzione chirurgica del crociato anteriore.

Distorsione del legamento collaterale laterale: solitamente viene scelto il trattamento conservativo caratterizzato da terapia fisica e riabilitazione. Il legamento collaterale laterale tende infatti a cicatrizzare spontaneamente.

Talvolta (lesioni di 3° grado) viene scelto l'intervento chirurgico di suturazione o di rinforzo con allotrapianto o con tendine di ischiocrurali.

Il programma riabilitativo varia in base al trattamento e al tipo di legamento lesionato. Per quanto riguarda la riabilitazione dopo lesione del legamento crociato anteriore puoi fare riferimento ai seguenti articoli:


Trattamento conservativo dopo lesione del legamento crociato anteriore
Rieducazione dopo ricostruzione chirurgica del legamento crociato anteriore

ESEMPI DI ESERCIZI

Per il rinforzo isometrico del quadricipite dopo distorsione al ginocchio in caso di trattamento conservativo:

Precoci contrazioni isometriche multiangolari

Estensioni dell'arto inferiore: seduti a terra, con la gamba infortunata distesa e aderente al terreno, l'altra piegata. Contrarre i muscoli del quadricipite per sollevare l'arto infortunato di 20 cm mantenendolo il ginocchio completamente esteso. Mantenere la posizione per 10 secondi, rilassarsi e ripetere 3 volte

Seduti su una sedia con l'arto inferiore leso leggermente sollevato in modo che, pur mantenendo il ginocchio leggermente piegato, caviglia e anca si trovino alla stessa altezza. Immaginare di stringere un gesso fra le dita del piede e disegnare in aria l'intero alfabeto, lettera dopo lettera. Ripetere quattro volte al giorno.

Mezzo squat

Leg Exetension evitando gli ultimi 20°-40° del movimento

Prognosi e tempi di recupero

Grazie ad un adeguato trattamento riabilitativo e ad un po' di terapia fisica circa il 90% delle persone che hanno subito una rottura del legamento crociato anteriore e l'80% di quelle in cui la lesione ha interessato il crociato posteriore recuperano completamente l'efficienza articolare perduta. La quasi totalità delle distorsioni a carico del collaterale mediale e la maggior parte delle lesioni del collaterale laterale, ha una prognosi eccellente.

Generalmente le distorsioni al ginocchio di primo grado o di secondo grado lieve che interessano i legamenti collaterali possono guarire in 2-4 settimane, mentre per lesioni più severe possono occorrere anche 4-12 mesi di riabilitazione. Dopo una distorsione al ginocchio è importante non forzare il ritorno all'attività agonistica o agli allenamenti in quanto questo potrebbe favorire nuovi episodi distorsivi. Complicanze come l'artrosi al ginocchio possono insorgere dopo molti anni (15-25) in caso di lesioni importanti del crociato anteriore o posteriore trattate con un metodo conservativo.